giovedì 3 novembre 2016

"Non è la montagna che conquistiamo ma noi stessi"


ATTENZIONE: SENZA PREPARAZIONE ADEGUATA NON AFFRONTATE QUEST'AVVENTURA
Sir. Edmund Hillari, conquistatore della vetta dell'Everest, uno che di montagna e sacrifici ne capiva qualcosa, una frase che si usa qualche volta nella vita nell'indicare che il raggiungere un risultato non è una conquista materiale ma personale.
Ecco, in quest' avventura ho capito a pieno cosa intendeva Hillary, capiamoci, io non ho conquistato l'Everest, non sono nemmeno arrivato vicino agli 8000 ma ho comunque conquistato il mio Everest personale, ho compiuto un impresa che, nel mio piccolo, mi ha fatto comprendere fino in fondo che non è il risultato materiale che raggiungiamo quello che conta, ma la cosa che veramente conta, è come il raggiungere quel risultato ci cambia internamente, ci fa comprendere cose che prima non conoscevamo su noi stessi, ci mette alla prova in modo duro, quasi brutale, ci fa pensare che, se le battaglie più dure sono per i guerrieri più forti, allora noi siamo dei berserker, dei guerrieri micidiali!
Durante l'anno ho avuto qualche problema con le ginocchia che mi hanno messo a riposo per un pò, inoltre la forma non è più quella di una volta ma inizia ad essere più sferica che cilindrica, se a questo aggiungiamo un estate calda e afosa, abbiamo un mix fantastico di cose da non fare a casa.
Ma andiamo con ordine, tempo fa avevo trovato su internet alcuni riferimenti alle trincee su cima punta Oro, 2000m di altezza, inutile dire che visto che erano in una zona da me inesplorata per il progetto WW 1, ho deciso d'informarmi per valutare una spedizione in loco.
Dalle informazioni raccolte, cima punta Oro si trovava in Val di Ledro, sopra l'omonimo lago, c'erano due sentieri che dal lago portava fino a quota 1400m, uno botanico e uno normale, poi, da una località denominata "sella" si prendeva la trincea e si andava fino a quota 2000m, da li si ammirava il panorama e poi si scendeva per un altro sentiero fino a valle, insomma, detta così una passeggiata di salute non troppo impegnativa.
Arrivo al paese di Lago, parcheggio l'auto e inizio la salita, che da subito si rivela abbastanza ripida, vuoi il caldo, vuoi il pranzo appena fatto, ad un certo punto ho dovuto alzare bandiera bianca e ritirarmi, va bene l'avventura, ma, se hai il dubbio di avere una congestione su un sentiero a 2000m, forse è meglio aspettare.
Due giorni dopo eccomi di nuovo ai piedi della cima per tentare la salita, pranzo leggero e zaino attrezzato con scorte extra per l'impresa...si, qualcosa dalle mie avventure ho imparato: portarsi lo zaino è cosa buona e giusta, ci metti da bere, da mangiare, qualcosa di energetico, il kway, il binocolo e la cartina, in fin dei conti sono cose che non occupano troppo spazio e sono molto utili nelle camminate...e questa volta si sono rivelate indispensabili.
Comunque, inizio la salita e decido di seguire il sentiero botanico...pessima idea, il sentiero botanico è abbastanza impervio e ripido, la prima parte del tragitto è stata d'impatto, diciamo che mi ha messo subito in riga.
Ad un certo punto il mio bellissimo sentiero botanico ha incrociato l'altro sentiero, una stara rotabile che saliva dolce dolce, seguire quella è stato un pò più lungo ma sicuramente più agevole.
Su questo nuovo percorso, arrivo al punto "sella" a quota 1400m, da dove partono le trincee, già da li era possibile vedere una postazione fortificata che dominava il lago e la valle circostante.
Ammiro il panorama, due foto alla postazione, un pò di ristoro, non troppo per non sprecare risorse, e inizio a seguire la trincea per salire in vetta, inizia anche bene, c'è una stanza per gli ufficiali perfettamente conservata e qualche altra postazione per la truppa, salendo la trincea era tutta al riparo del costone di roccia e, ogni tanto, c'era una postazione da dove poter vedere la cima e il lago.
Bene, dopo questo inizio soft, l'avventura ha preso tutta un'altra piega: 500 di dislivello praticamente in verticale!
Man mano che salivo, gambe e ginocchia iniziavano a bruciare, grondavo sudore come una spugna strizzata, ad ogni occasione mi fermavo per "ammirare il panorama", ad un certo punto ho deciso di fare una sosta tattica, modo fico per dire riposare e fare il punto della situazione.
Allora, ero distrutto, ero anche a metà strada nella mia salita, avevo fatto tanta strada per arrivare fino a li, guardandomi in dietro la discesa non sarebbe stata meglio della salita, che fare, arrendersi o continuare?
Le provviste, che per fortuna avevo sovradimensionato, mi avrebbero potuto portare in vetta, scendere da dov'ero sarebbe stato sicuramente difficile, dalla vetta pareva fosse più facile scendere, inoltre arrendersi dopo tutta quella fatica e pensando a chi andava su e giù con lo zaino e il fucile in spalla durante la guerra...no, boia chi molla, si stringe i denti e si sale, non c'era altra via che andare avanti!!
Decido quindi di continuare, tanto peggio di così non poteva andare, metto il telefono in modalità "aereo" per risparmiare batterie, conto le provviste rimaste e riparto, denti stretti e testa bassa, una volta in cima mi sarei sdraiato su di un prato e avrei riposato per almeno venti minuti.
Arrivato appena sotto la vetta, il costone che mi aveva coperto fino a li finisce, il bosco si dirada, riesco a vede tutta la valle agevolmente, vedo anche il posto dove avevo parcheggiato l'auto...lontanissimo.
Allo scoperto un vento freddo mi sferza senza pietà, il poco sollievo del fresco che provavo era vanificato dalla forza delle raffiche.
Altra stretta di denti e avanti, mancava poco al mio prato e ai miei venti minuti di relax.
Mentre mi accingevo a conquistare la vetta, noto che c'era già una coppia a farsi delle foto ed ammirare il panorama, poco male, un pò di compagnia quassù, dopo questo mio piccolo inferno non mi dispiace. Conquisto anc'io la cima dove c'era una croce di vetta...e nessun prato, praticamente la cima della montagna era un grande costone, i miei venti minuti vanno su per il camino.
Comunque sono, quasi, arrivato, posso riposarmi e godermi lo spettacolare panorama con solo il rumore del vento di sottofondo.
Qualche foto, un pò di contemplazione, finisco fuori le ultime vettovaglie e inizio a considerare il mio arrivo a Cima punta d'Oro e successivo rientro...real drama!!!
Per il rientro vedevo una sola alternativa: ritornare per la strada che avevo fatto salendo! Ok, pensai, faccio l'eremita sui monti!
La coppia che era li con me s'incammina verso punta Oro, aspetto un pò per non sembrare il disperato di turno e inizio a seguirli, mi parevano pratici della montagna e del posto, mi davano affidamento insomma.
Dopo una dolce, rispetto a prima, camminata sul costone, arrivo all'effettiva Cima Punta d'Oro a 2000m...il panorama era spettacolare: il lago di Garda, il lago di Ledro, il Bondone, l'Adamello, il Brenta e lo Stivo, erano tutti li, quasi mezzo Trentino in un panorama.
Non mi perdo a far foto più di tanto per non perdere le mie "giude" che, più allenate e in forma di me, camminavano veloci.
Pur restando in dietro non le perdo di vista e, ad un certo punto, con il sole basso della sera, sulla montagna davanti a me vedo una cosa che non avevo mai visto: la montagna sembrava una grandissima fetta di groviera, crateri di cannonate ovunque, una tale vastità non l'avevo mai vista, ecco che il motivo che mi aveva fatto salire fin lassù mi si manifesta davanti in tutta la sua drammatica storicità.
Su quel fronte non ci sono state epiche battagli degne d'entrare nei libri di storia ma, non di meno, si è combattuto, in modo pesante, per tenere occupato il nemico e, in modo feroce: gli austroungarici erano in posizione dominante rispetto agli assalti degli italiani.
Ed ecco che, durante il mio flash back storico, mi perdo le mie "guide",..altro real drama!!!
Che fare?Primo non perdere la testa, sono stato in situazione peggiori che non da solo in montagna praticamente al tramonto, senza cartina, senza pila, con il cellulare quasi scarico, sudato e con un fastidioso vento freddo, mi hanno formato per affrontare situazioni peggiori!
Ok, se non c'è un sentiero lo si fa, come Hillary a suo tempo, lui andava verso la cima e io a valle, ma il concetto è lo stesso.
Metto il kway per difendermi dal vento, mi guardo intorno, vedo che c'è una conformazione che sembra il deflusso delle acque piovane, decido di seguirlo, d'altra parte, va dove vado io, a valle.
Mentre seguivo il mio sentiero, vedo che su alcuni sassi hanno disegnato delle frecce con dello spray, insomma, o era una strada percorribile o non penso che qualcuno facesse indicazioni a casaccio in alta montagna.
Seguendo la mia strada arrivo finalmente alla rotabile che avevo seguito per salire, al che credevo che il più fosse fatto...errore, adesso c'era da seguire i sentieri in una corsa contro il sole che stava tramontando, senza sapere quanto tempo mancava tra me e la macchina.
Mi lancio giù per i ripidi sentieri, vado un pò a intuito, visto che i cartelli costano e non se ne possono mettere tanti.
Al limite del tramonto vedo l'auto, a parte quando sono andato a prenderla, non sono mai stato così felice di vederla!
Salgo e, alla prima fontana, prosciugo l'acquedotto, mi siedo sulla panchina e ammirando la croce sulla cima della montagna ripenso all'impresa.
E la trincea? La trincea è abbastanza rustica, un occhio inesperto la potrebbe confondere con un sentiero, parte iniziale esclusa, e sulla cima si stenta quasi a vederla tanto è coperta dalla vegetazione, comunque il suo effetto lo fa e l'idea la rende.
Alla fine di questa giornata ho imparato molte cose, ho imparato che barcollo ma non mollo, ho imparato che è meglio non andare troppo "all'avventura", ho imparato che è meglio attrezzati, sia fisicamente che come dotazioni per ciò che si va a fare, ho imparato che tutto il tempo perso a imparare cose che "non ti serviranno mai" non era tempo perso.
Questa volta, in qualche occasione, mi sono trovato più o meno nella cacca, ma sono riuscito a venirne fuori prima del tramonto e a tornare a casa.
Mi capiteranno ancora avventure così?...certo, ho detto che ho imparato, non che non lo faccio più!
Ne valeva la pena? Certo, ogni minuto della mia avventura ne valeva la pena.




Meglio Tardi che mai


Periodo intenso questo, il tempo per andare in giro non è molto e meno ancora è quello per rendicontarli, comunque si gira, si proseguono i progetti e si cerca di raccontarveli...ne la pioggia il vento o la neve, potranno fermare questo corriere nell'adempimento del suo dovere.
Ok, l'estate è finita e di pioggia se n'è vista poca, di vento qualcosina e di neve per nulla ma...andiamo avanti e con  ordine.
La prima guerra mondiale si è combattuta per terra, per cielo e per mare e non solo, anche per lago.
Nel nord Italia il fronte correva, quasi interamente, su quello che oggi è il confine della provincia di Trento, per la sua totalità era un confine montano, la famosa fortezza alpina, c'è una parte però, che di montano non ha nulla, quella che riguarda la parte settentrionale del lago di Garda.
Fin da piccolo mi incuriosiva uno strano buco che si trovava sopra la galleria della gardesana occidentale che precede porto S. Nicolò,, inoltre, al porto c'è una struttura di architettura tipicamente militare...insomma, quanto basta per farsi qualche domanda e rispondersi, che probabilmente era la sede dell'autorità militare del porto.
Passano gli anni e mi trovo ad esplorare il monte Brione, cosa ti trovo? Le vestigia di quello che pareva un forte, tutto abbandonato ed avvolto nella vegetazione, mi metto d'accordo con un amico per andare ad esplorarlo ma, già allora, il tempo era poco e la prudenza ha avuto il sopravvento, qundi, di esplorazioni non se n'è più parlato.
Qualche hanno fa, sento che volevano restaurare il vecchio forte Garda, non avevo ben capito dove si trovasse ne quando lo avrebbero fatto.
Ed eccoci ai giorni nostri, finalmente, mi dirigo verso porto S. Nicolò, con la ferma intenzione di conquistare il monte Bondone ed andare a riscoprire il forte che avevo visto anni prima, sperando che fosse il famoso forte Garda e che fosse stato già ristrutturato.
Arrivato al porto, con l'esperienza di qualche viaggio sulle spalle, oltre a notare la struttura che avevo visto fi da piccolo, noto che il muretto che portava alle scale che salivano sulla montagna aveva un che di struttura militare, a quel punto, in ottica Indiana Jones, inizio a mettere assieme i tasselli del puzzle, la famosa struttura e il muretto potevano fa parte della line difensiva Asburgica sul Garda.
Inizio quindi la mia salita alla vetta, mi accorgo subito che dalla mia ultima visita qualcosa era cambiato: c'erano dei gradini nuovi sul sentiero e a misura di gigante per quanto riguardava le alzate!
Man mano che salivo in quota, il panorama del lago diventava sempre più spettacolare e si aveva il pieno dominio visivo su tutta la parte alta del lago di Garda, ad un certo punto arrivo ad una postazione che aveva tutta l'aria di essere le fondamenta di un posto di guardia, seguo il cartello che indicava il forte e, sorpresa delle sorprese, ho avuto la fortuna di capitare al forte poco prima della sua inaugurazione ufficiale,eccolo li, in tutta la sua imponenza, strappato alla vegetazione e riportato al massimo della forma che gli si potesse dare a più di cento anni dalla sua costruzione.
Completamente immerso nel verde, totalmente mimetizzato alla vista per chi provenisse dal lago ed integrato con la montagna, una struttura non grandissima, ma comunque imponente, capace d'incutere rispetto nel vederla, era stata progettata per poter ospitare 150-200 soldati, quello che si vede all'esterno è una minima parte, infatti la struttura si sviluppa direttamente all'interno della montagna, così da risultare più sicura e più mimetizzata, il famoso buco sopra la galleria, infatti, è una feritoia del forte.
Purtroppo ho potuto visitarla solo all'esterno, in quanto, nonostante la prossima inaugurazione, non era ancora visitabile, comunque, da bravo esploratore sbircio dentro da tutti i buchi alla mia altezza e faccio tutte le foto del caso.
Finito d'ammirare tale opera d'ingegneria dalla sua parte più nascosta, continuo l'ascesa alla cima, arrivo così a vedere la sommità del forte, un tetto da dove si potevano distinguere le 4 cupole corazzate per le artiglierie che dovevano difendere il confine più meridionale dell'impero da un'eventuale attacco italiano, vi era anche una quinta cupola per una postazione d'osservazione.
Oltre a tutto questo, il forte era difeso da due potenti riflettori, uno a est e uno a ovest e tutta una serie di postazioni di mortai e fuciliere corazzate...insomma, nulla era stato lasciato al caso.
Proseguendo nella mia camminata arrivo finalmente alla cima, e pure li c'erano i segni di postazioni militari, muretti e posti d'osservazione, tutti abilmente mascherati e con ancora i binari che servivano per portare in posizione i pezzi d'artiglieria.
Arrivato finalmente in vetta, resto per un pò a riposare e a contemplare lo spettacolo del lago di Garda e poi inizio la mia discesa verso la macchia per il mio ritorno a casa.
Logicamente, il forte che ho visto non bastava da solo a garantire la sicurezza del fronte gardesano, era tutto un sistema integrato: la postazione corazzata di porto S. Nicolò, le postazioni d'artiglieria sulla cima del monte Bondone, il forte, le postazione sul Baldo e quelle sulle valli di Ledro e Loppio.
Insomma, una cintura fortificata di difficile espugnazione, tanto più, che un eventuale attacco dal lago si sarebbe visto con largo anticipo.
Alla fine la passeggiata non impiega molto tempo, è rinfrescante ed educativa, non si riesce a fare con bici o passeggini a causa dei gradini con alzate proibitive, ma, che voi cerchiate la storia, il refrigerio o la pace della natura, vale la pena arrivare a porto S. Nicolò e salire sul monte Brione.





mercoledì 22 giugno 2016

X-file


Questa volta l'avventura è un incrocio tra il classico free style di Cyrano217 e un X-file, infatti, per quest'avventura, mi dirigo sull'altopiano di Folgaria, zona molto calda durante la Prima Guerra Mondiale, con l'intento di riprendere il mio progetto in merito al centenario della Grande Guerra, arrivato in zona, considerato che l'area è piena di luoghi d'interesse, faccio una piccola ricerca on site su dove recarmi in particolare.
La mia attenzione ricade su Forte campo Molon, avevo tentato varie volte di visitarlo, ma il meteo non ha mai collaborato nemmeno un pochino, questa volta però tutto pareva essere dalla mia parte.
La cosa che mi ha fatto propendere a recarmi a campo Molon è stato anche un piccolo X-file che aleggiava sulla zona del campo: pare infatti, che sulla montagna di fronte, il monte Toraro, ci sia una strada asfaltata che porta sulla cima dove...non c'è nulla, al che il mistero è perchè fare una strada asfaltata che non porta a nulla, inoltre sulla cima pare che ci siano della "piazzole" pronte ad ospitare non si sa bene cosa...insomma, ce ne è abbastanza per giustificare un viaggio nella zona.
Per arrivare al forte, transito per passo Coe, dove si Trova la base Tuono, già visitata in precedenza, tenete presente la base, servirà poi.
Faccio una strada di montagna che da passo Coe arriva fino a passo Valbona, qui parcheggio il potente mezzo meccanico che mi ha portato fino a li e valuto la situazione.
Alla mia destra una misteriosa strada asfaltata che sale in vetta, alla mia sinistra la strada per forte Molon...quale scegliere per prima?Ma quella a destra è ovvio.
Mi avventuro per la strada asfaltata del mio X-file, la strada sale lungo la montagna, non ha l'idea di essere una strada percorribile da un normale traffico veicolare, però non sembra una strada militare e nemmeno una vecchia mulattiera, le perplessità che ho trovato su internet sono fondate allora.
Verso la cima incontro la prima delle "piazzole" misteriose: un basamento di cemento senza gli apparenti resti di una qualsivoglia costruzione.
Arrivo finalmente in cima, senza alcuna particolare difficoltà, in quanto la strada è perfettamente asfaltata e nemmeno troppo ripida, noto subito che le strane piazzole sono di più e inizio a perlustrarle in cerca di qualche indizio sulla loro funzione...nulla.
Girovagando per la cima però, noto il panorama: da una parte la provincia di Vicenza, dall'altra forte Molon e...passo Coe, o meglio, base Tuono...che ci sia un nesso tra le piazzole e la base?
Tornato alla macchina, prendo la strada a sinistra verso forte Molon, questa non è troppo ripida ma non è nemmeno asfaltata, comunque si percorre facilmente.
Arrivo al bivio sotto il forte, a destra si va verso l'entrata del forte e a sinistra ci si dirige verso le torrette dei cannoni. Le due strade non sono intercambiabili: o si va all'entrata o si va alle torrette, purtroppo le due zone non sono comunicanti.
Frote Molon è entrato in guerra senza essere finito, si attendevano le coperture corazzate dalla Germania ma, a causa della neutralità dell'Italia non sono state consegnate. Nonostante questo, il forte è stato reso attivo, in sostituzione delle corazze si è ripiegato su delle coperture di cemento armato che, si pensava, avrebbero protetto le artiglierie, inoltre, all'entrata del forte è stata costruita una struttura a gomito dove venivano ricoverati gli obici in caso d'attacco. La zona del forte era la più pesantemente armata del fronte italiano, nonostante tutto, non riuscì mai a causare danni permanenti ai forti Austriaci, a causa delle loro corazzature e delle scarsa precisione dei pezzi d'artiglieria italiani. Durante l'offensiva del 1916, strafexpedition, l'esercito Austroungarico arrivò a ridosso del forte e quindi il comando italiano decise di abbandonarlo il 19 maggio 1916. Nell'abbandonare il forte si resero inservibili i cannoni, facendoli saltare con gelatina esplosiva e si minarono le strutture per farle saltare, durante quest'operazione il sottotenente incaricato della cosa, Paolo Ferrario, rimase vittima dei brillamenti.
Ad oggi del forte rimane poco, si può vedere la galleria tubolare dell'entrata, nella parte alta le gallerie che portavano alle postazioni dei cannoni e alcuni tratti di trincea, inoltre, al livello superiore si può notare un'entrata a quella che poteva essere una scala che collegava la parte alta a quella bassa. 
Il fatto che il forte sia stato fatto brillare non ha aiutato sicuramente la sua conservazione.
In definitiva, la visita al forte resta comunque interessante, si può capire la situazione dei soldati, mandati a combatte con attrezzature inadeguate o incompiute, in zone che, oggi ci appaiono rilassanti e bucoliche ma, dal 1915 al 1918, sono state zone molto poco accoglieti e, le stesse zone, hanno visto anche gli avvenimenti della seconda Guerra Mondiale, insomma, nulla è ciò che sembra: oggi luoghi di villeggiatura e di allegre scampagnate, in altre epoche zone ben poco accoglienti, dove "fare una gita", aveva tutto un altro rischio e significato.
E le piazzole sul monte Toraro???

Come detto, la zona dell'altopiano Cimbro ha visto la prima e la seconda guerra mondiale molto da vicino, ma non è l'unica guerra che ha vissuto, ricordate base Tuono, il baluardo di difesa contro i bombardieri del Patto di Varsavia chiusa nel 1977 ma operativa fino ad allora?
Ecco, quella che è visitabile oggi, non è altro che la postazione Alfa della base.
La base a passo Coe aveva tre postazioni di missili, Alfa, Bravo e Charlie, delle strutture per i militari italiani, alcune strutture per i militari USA e un centro di comando posto a 1500m dalla base e con 909m di dislivello, praticamente la cima del monte Toraro.
Ecco cosa sono le misteriose piazzole sulla cima del monte, sono i basamenti per le strutture, probabilmente container su ruote, che fungevano da centro di comando per la base a passo Coe.
Ecco quindi svelato l'arcano, la strada è stata costruita appositamente per le infrastrutture della base.
Ciò a conferma della forte rilevanza strategica della zona sia nelle due guerre mondiali che nella successiva guerra fredda.




venerdì 10 giugno 2016

Tîn bòta!



Ariecchime, i casi della vita ti portano a fare cambiamenti e da "allegro giramondo", ho dovuto mettermi un tetto sopra la testa e lavorare in modo stanziale, ne consegue che il tempo per liberarsi dalle catene e girovagare è molto, molto, molto, molto, moto meno. Nonostante questo, a volte, succede che ci sia la possibilità di avere un pò di libertà, e grazie ad un corso aziendale, il mio girovagare si è fatto risentire.
A proposito di cambiamenti di vita, non sono l'unico che ne ha avuti, tanti anni fa, in una cittadina della bassa, un ragazzo ha avuto il coraggio di seguire i suoi sogni e di rischiare, ed è riuscito a far nascere un mito, un mito talmente grosso che è diventato leggenda e che, per gli appassionati, è quasi religione, il ragazzino era un tale Enzo Ferrari.
Un ragazzino come tanti, che si è trovato invischiato in due guerre mondiali, che ha ricevuto tante porte in faccia e, comunque, non ha perso la fiducia in se stesso ed ha seguito il suo sogno, finchè il suo sogno non ha spiccato il volo. Capiamoci non è una specie di santone, ha fatto anche i suoi errori, dal punto di vista famigliare e commerciale, ha pagato anche questi errori, si è portato dietro i sensi di colpa per una vita, ha cercato di rimediare...insomma, Ferrari a parte, il Drake, così veniva chiamato Enzo, era un uomo comune, semplice, non un eroe o una persona ineccepibile, ed è questo che, secondo me, rende leggenda il suo mito: se ci è riuscito lui posso riuscirci anch'io!...ok, probabilmente non creerò ne un mito ne una leggenda, ma magari realizzo uno dei miei sogni.
Tornando a noi, per lavoro  mi trovavo nella ridente Romagna, e nel mio peregrinare mi son trovato dalle parti di Modena e ho deciso di visitare la casa-museo di Enzo Ferrari.

La struttura si trova in una zona tranquilla della città, in una posizione defilata in mezzo ad un bel prato, logisticamente, parte del museo, quella più moderna si trova in una struttura affianco alla casa-officina di Alfredo Ferrari, padre di Enzo, l'altra parte, quella dedicata ai motori, si trova nella vecchia casa-officina appunto, che è rimasta com'era un tempo. Sul muro del viale d'entrata al complesso, si trovano dei pannelli che danno delle informazioni sulla nascita del sogno di Ferrari, in uno di questi pannelli viene spiegato che il giovane Enzo, a vent'anni, ha venduto la casa del padre per potersi comprare una macchina da corsa, tanta era la voglia in lui di entrare in quel nuovo e affascinante mondo
Finita la contemplazione dell'insieme, si inizia a visitare il museo, si parte dalla struttura più moderna, si fa il biglietto e si accede al padiglione, a essere onesti, non ci sono tante macchine, ma quelle che ci sono sono significative, si va da una Ferrari modificata per il film Herbie, una Ferrari Testarossa, magica con le sue linee decise e allo stesso tempo sinuose, una Ferrari GTO, quella Magnum P.I. per capirsi, che fa tornare alla mente l'atmosfera della serie, una Ferrari F1 anni '60, da dove si poteva capire quanto fosse tecnologico già allora il mondo della F1.
A un livello inferiore c'erano le nuove perle della Scuderia: la Enzo e LaFerrari, quest'ultima dava un'idea di futuro, di Ferrari ultimate.

Nel padiglione, molto ampio, c'era gente, ma c'è anche un silenzio come se si stesse visitando un luogo sacro, tutto intorno ci sono delle bacheche con documenti originali che raccontano la storia dei motori e di Modena, oltre che della Ferrari, si, perchè la zona, di motori, se ne intende: Maserati,Bugatti e Lamborghini sono nate qui e, la Pagani, vi si è stabilita in tempi recenti...senza contare la Ducati e The Doctor Rossi.
Finita la contemplazione della struttura più moderna, passo a quella più classica, qui il silenzio era meno reverenziale, in mezzo ai motori più significativi della casa di Maranello, ci sono anche alcune delle auto da corsa a ruote coperte più appariscenti e recenti della scuderia, interessante notare come, una volta, si tendesse a cromare il motore in modo esagerato, ora, si tende ad essere meno appariscenti, altra cosa che salta all'occhio guardando i motori, è la complessità della

loro meccanica, guardando il mio 4 cilindri diesel non colgo tutti i dettagli che si possono vedere nei vecchi motori ferrari.
Da apprezzare anche il personale, gentili e disponibili, inoltre, la filosofia del museo permette foto e riprese non professionali a volontà,
Per gli amanti dello shopping, all'interno del padiglione più moderno trovano posto un Ferrari store, non particolarmente economico, un simulatore di F1 e la Ferrari da F1 guidata da Schuemacher nel 2006, sulla quale ci si può fare una foto, che poi verrà ambientata nei box della Scuderia, un simpatico souvenir che ci ricorderà della visita
Considerato il tutto, il prezzo del biglietto non è eccessivo, e il museo vale sicuramente la pena di essere visitato..unico consiglio, se ci andate con qualcuno assicuratevi che condivida la vostra passione o abbia la pazienza di assistervi in questa vostra esperienza mistica, se non avete la passione per i motori o per la Ferrari, andate ci comunque, potreste sempre convertirvi sulla via per Maranello.























mercoledì 16 luglio 2014

Casuality


Caso volle che, per affari low profile, mi trovassi a Riva del Garda e, per pigrizia più che per scelta, mi fosse rimasta la macchina fotografica in auto, fu così che, finiti i miei business, mi son detto: che potrei andare a vedere qui in zona?
Bhe, le cose da vedere nella zona non sono poche, però ce ne è una che ha sempre attratto la mia attenzione, il parco "grotta del Varone", arrivarci non è difficile, basta andare verso la zona Fiera di Riva del Garda e poi seguire le indicazioni per la zona Varone, da li al parco è questione di un paio di curve.
Arrivati al parco la prima cosa che si nota è che c'è poco parcheggio nelle immediate vicinanza ma, nel paesino a un tiro di sputo, ce ne sono quanti bastano.
Ancor prima d'entrare c'è un cartello che invita ad indossare l'impermeabile o il maglione, bhe, visto il caldo opprimente, decido di rischiare ed andare in maniche corte. Pago il biglietto e mi avventuro verso le grotte.

Rapidamente e senza colpo ferire arrivo alla prima grotta, più che una grotta sembra una forra, all'inizio è abbastanza ampia con una grande apertura sulla sommità, poi diventa un pò più stretta e l'apertura quasi si chiude, comunque è abbastanza ampia da non sentirsi schiacciati, c'è una frescura fantastica e il torrentello che scaturisce dalle cascate è limpidissimo.

Uscito dalla prima grotta inizio la salita verso l'altra, il percorso è contornato da piante e fiori di vario tipo, tutte con la loro descrizione e spiegazione. A rafforzare questo ambiente bucolicamente rilassante, ci sono altoparlanti ovunque che diffondo musica classica, creando una piacevole colonna sonora a tutto il parco.
In questo etereo percorso arrivo alla seconda grotta che, vista da fuori, non lascia minimamente trapelare la sontuosità dello spettacolo al suo interno.

M'inoltro, sento un boato mostruoso, acqua nebulizzata ovunque, una frescura che non vi dico, e ad un certo punto arrivo ad un parapetto a strapiombo su una sessantina di metri di vuoto, e li, uno spettacolo tonante, l'acqua proveniente la lago di Tenno, si getta, con un salto di 75 metri, nel torrente Varone, creando uno spettacolo straordinario che fa capire quanto siamo piccoli in confronto alla natura del nostro pianeta.
Resto li più che posso, a godermi il fresco e sopratutto lo spettacolo. Alla fine mi tocca andarmene e, fresco e bagnato, mi dirigo verso l'uscita, ripercorrendo a ritroso il suggestivo tragitto che avevo appena fatto.
In conclusione, il posto è facilmente raggiungibile, in se e per se non è grandissimo, ma lo spettacolo al quale si assiste e l'atmosfera in cui ci s'immerge vale ogni minuto speso...e il biglietto d'ingresso ha un rapporto qualità prezzo ottimo




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giovedì 27 febbraio 2014

Segui il flusso


Venezia...cosa non è stato scritto, detto, fotografato o mostrato di Venezia.
Città dei Dogi, mercanti, capitale della Serenissima Repubblica, per secoli al centro di commerci fiorenti e storie più o meno rocambolesche, come Giacomo Casanova che evadeva dai Piombi per esempio oppure storie drammatiche, come quella di Jago e Desdemona. Con i suoi canali,le sue calle, i suoi campi e i suoi campielli.
Ecco, visto che tutto sto popò di roba è stato fatto, e che Cyrano217 aborra la banalità, io adesso voglio parlarvi del carnevale di Venezia. Un carnevale come un altro se non fosse per le maschere, l'organizzazione, lo spirito, la tradizione e...Venezia.
Quelli di voi più affezionati, avranno notato che, fino ad ora, la mia attività partiva con le famose giornate di primavera del FAI, ecco, da quest'anno, si è deciso di dare una marcia in più a Cyrano217 e rifornirlo di viaggi, scoperte e novità durante tutto il periodo dell'anno, e per celebrare questa novità ho iniziato il 2014 in modalità old style, affrontando questo carnevale come un avventura da "primi periodi".
A prova di ciò vi dico che il briefing operativo della spedizione è finito oltre le una di notte e ha anticipato la partenza di ben 1 ora e 34 minuti, dalle 7.24 alle 5.50 del mattino.
Eccomi quindi, mentre il mondo è ancora avvolto dalle tenebre e le previsioni meteo mi sono avverse, m'accingo a prendere il treno che mi porterà verso Venezia.
Durante la riunione operativa ho appreso, dai miei contatti in loco, che...non erano in loco: causa carnevale, e confusione annessa, hanno preferito trascorrere la settimana "grassa" fuori Venezia, comunque, muovendo le loro pedine e con la loro esperienza, sono riusciti a fare un buon lavoro fornendomi gli aggiornamenti meteo necessari e le indicazioni per raggiungere piazza S.Marco.
Mentre il treno mi porta verso la mia destinazione scruto il cielo in cerca di segni che mi facciano capire l'andazzo del meteo, fortunatamente l'alba sorge con buone notizia: Venezia è sotto una coperta di leggere nuvole grigiastre...ottime per le foto e, sopratutto, non piove, se poi ci mettiamo che nel pomeriggio il sole ha fatto da padrone vien da dir "ORO!".
Smonto dal treno e l'odore di mare si sente subito, uscito dalla stazione tiro fuori le indicazione fornitemi dallo staff e inizio a seguirle puntualmente fino a ponte Rialto, si perchè, li, le istruzioni si fanno un pò nebbiose per un neofito, allora m'affido al suggerimento costante nelle mie istruzioni "segui il flusso", grazie a questo riesco a ripigliarmi con il tragitto e ad arrivare a piazza S.Marco.
Ok, d'ora in avanti la pietà non esiste, si tira fuori la macchina fotografica e s'inizia a fare foto a raffica su qualsiasi bersaglio, basta che si muova, sia maggiorenne e , fondamentale, sia in maschera!!
Diciamocelo, il bello del carnevale di Venezia, non è tanto la città, ma le maschere fantasiose e variopinte che la popolano in questo periodo, e, cosa magica per chi vuole fare foto, o solo godersi il carnevale, non importa che maschera tu stia indossando, quanto sia costata o chi l'abbia fatta, se vuoi, sei protagonista e vuoi farti ammirare.
Chiaramente chi indossa le maschere, e non è un semplice turista, ha anche tutto uno studio delle posture, degli atteggiamenti e delle locations per farsi fotografare, così il godersi questo spettacolo è ancora più coinvolgente. Dentro le maschere si può trovare di tutto, dalla ragazzina alla donna un pò più matura, dal palestrato a quello un pò più da cucina piuttosto che zona cardio-fitness, comunque tutti sono gentili, disponibili, pazienti, professionali, simpatici e...non sono tutti italiani, ci sono francesi, spagnoli, italiani, inglesi, giapponesi...comunque, da ovunque vengano, sono tutti li per essere BELLI, e sono tutti BELLI e ci aggiungo pure BRAVI.
Sicuramente lo spettacolo, il clima e le sensazioni che si provano al carnevale di Venezia valgono le fatiche del viaggio, che con un pò d'occhio non è troppo costoso.
Comunque l'avventura non finisce qui, c'è da tornare a casa, una volta soddisfatta la fame di foto e di carnevale, decido di tornare verso la stazione, però le mia indicazioni erano dalla stazione a piazza S.Marco...basterà seguirle al contrario direte voi, ed è giusto, fino al punto in cui anche l'andata diventava un pò mistica, li è stato mistico anche il ritorno.
Ho iniziato a fare un mix tra i cartelli e quello che mi ricordavo dell'andata...fatta la mattina, quando la città ancora dormiva ed era completamente differente.
Morale, non sapevo più dove sbattere la testa, usa lo samartphone direte voi, buona idea, peccato che la batteria non è eterna...comunque, da bravo Padawan mi sono ricordato l'insegnamento dei miei maestri Jedi:"segui il flusso", e così ho fatto, ho aspettato un pò, finchè non arrivava qualcuno e, seguendolo, dopo poco, ritrovavo i cartelli per la stazione così da poter tornare a casa.
Morale della spedizione? Venezia è bellissima e con il carnevale è uno spettacolo magico e, cosa importante, per non perdersi a Venezia bisogna seguire il flusso, in altre parole, essere "Flussevoli".

Ovviamente qui non ci stanno tutte le foto se volete, d'ora in avanti, le trovate sulla pagina Facebook, il link è qui affianco.






























venerdì 1 novembre 2013

Nagià


Monte Nagià...di per se questo nome non dice molto,non è sicuramente al pari del monte Bianco, monte Cervino o monte Stivo. C'è stato un momento della storia però che ha concesso anche a questa anonima montagna un drammatico periodo di celebrità.
Il suo momento di celebrità il monte Nagià, lo ha avuto a inizio secolo, precisamente tra il 1915 e il 1918, infatti, per un geografico scherzo del destino, si trovava in una posizione strategica tra le valli di Gresta, Loppio e Vallagarina, e quindi, assieme alle postazioni Faè, Costa e S. Rocco, costituiva il perno della linea difensiva Austroungarica del Monte Biaena.
Sulla sommità del monte Nagià, che in alcuni scritti si trova anche con la denominazione Grom, il genio militare austriaco aveva trovato, nella naturale conformazione della montagna, una postazione di straordinaria efficienza per controllare il passaggio nelle valli succitate, da qui la decisione di fortificarne i pendii con tre linee di trincee: la prima alla base della montagna, la seconda lungo la linea mediana del monte e la terza praticamente sotto la cima. Le trincee erano studiate con vari angoli retti così da limitare al massimo l'onda d'urto d'eventuali colpi d'artiglieria che l'avessero colpita.
La trincea, pur essendo in prima linea, forniva un'adeguata protezione alle truppe, dislocate sul pendio austriaco della montagna, adeguati confort: infatti tutte le postazioni erano fornite d'acqua e corrente elettrica e, ultimo ma non meno importante, un adeguato livello di fortificazione per potersi difendere ed osservare il nemico e anche una posizione strategica per poter supportare le proprie truppe nelle operazioni belliche. Nel corso della guerra la postazione non ha mai subito attacchi diretti, fatto salvo il tiro dell'artiglieria italiana posta nelle montagne opposte, ha però supportato efficacemente i movimenti di truppe nelle valli a lei assegnate.
Questa, molto in breve, è la storia della trincea del Nagià-Grom...ma oggi?
In una giornata iniziata con un sole stupendo, a dispetto delle previsioni, decido che era venuto il momento, nell'ambito del progetto WW1, di farvi conoscere anche questa piccola perla della nostra storia celata su di un'anonima montagna della Val di Gresta in Trentino, terra coinvolta, suo malgrado a 360 gradi, nel primo conflitto mondiale.
Arrivato sul posto ho constatato due cose: primo, il meteo mantiene le sue promesse, avevano detto cielo coperto e il cielo era effettivamente coperto e, secondo, che le indicazioni per arrivare alla trincea erano buone ma non del tutto complete. Al primo punto, causa limiti umani, non posso porre rimedio e purtroppo le foto sono quelle che pagano maggiormente pegno, per il secondo posso già fare di più.
Allora, dall'abitato di Mori, appena fuori dall'autostrada, ci si dirige verso Riva del Garda, arrivati ad una rotonda si prosegue per la Val di Gresta, arrivati a Valle S.Felice si prende per Manzana, poco prima del cartello di Manzana c'è un prato con una strada sterrata che va verso il bosco, conviene parcheggiare li ed andare verso il bosco, in alternativa, si va nel paese, si parcheggia l'auto e si seguono i cartelli per il Nagià-Grom. Fidatevi dei cartelli più che del vostro istinto.

Comunque ci arriviate il trinceramento è facilmente individuabile e si percorre in tutta facilità, essendo che la postazione non ha subito attacchi diretti, la struttura risulta molto integra e da l'idea di come fosse la vita dei militari sul monte, sia nei passaggi in trincea sia nelle postazioni delle mitragliatrici piuttosto che in quelle dei fuciliere e per non parlare delle strutture di supporto. Quello che mi ha fatto impressione è il contrasto tra il versante verso le linee austriache in contrapposizione a quello che dava direttamente sul fronte: da una parte si percepisce un clima di "tranquillità" con le strutture di supporto e il verde della valle, dall'altra si percepisce la precarietà della vita dei soldati e il ruolo strategico nell'andamento del conflitto che una postazione simile poteva avere...non dimenticate che  le montagne che potrete vedere erano quelle dove c'era il nemico con i suoi soldati e i suoi cannoni.
Anche qui, come in altre trincee, si deve ringraziare l'impegno dei volontari, in questo caso la sezione A.N.A. di Mori, http://www.anamori.org/trinceenagiagrom/ , che ha iniziato nel 2001 a cercare notizie e a bonificare il tracciato della trincea, ci hanno lavorato per un totale di più di 10.000 ore, liberando 3Km di trinceramenti e tutte le strutture annesse e connesse, fortunatamente hanno trovato l'aiuto del comune di Mori e di altri volontari della Val di Gresta, il loro impegno non è finito qui, infatti si adoperano tutt'ora a mantenere "viva" e pulita la trincea, con un impegno costante e gratuito.
Grazie a queste persone, e a tante altre come loro, con la passione per la storia della loro terra, abbiamo la possibilità di recuperare le testimonianze di un periodo storico che forse è troppe volte dimenticato.